ENRICO SETTIMI
Nel 1991 – ok una vita fa, ma la premessa è necessaria – mi t
rovavo negli Stati Uniti e – sarà stato il clima euforico di quel viaggio, sarà stato che a vent’anni mi volevo concedere un ultimo sprazzo di giovinezza, ho deciso che avrei potuto indossare delle sneakers come scarpe di uso comune, io che fino a quel momento ne avevo rifuggito l’uso a favore del cuoio nostrano per quel tanto di eccentricità retrò a cui mi aggrappavo per segnare un confine tra me e il resto del mondo.
La scelta cadde su una nota marca, il costo era alto ma non eccessivo, sembravano robuste e di buona fattura, sicuramente comode. Mi guardai allo specchio e feci passare la carta di credito. Come i bambini uscii dal negozio con le mie nuove scarpe made in USA ai piedi.
Le sneakers nuove avevano anche il vantaggio di soddisfare la mia ansia di sobrietà, piccola concessione alla strana forma di narcisismo che mi affliggeva e mi affligge ancora, così, nel tempo, riuscirono a diventare le “mie” scarpe. Per quanto leggere reggevano perfettamente la pioggia e le mie lunghe camminate, così iniziai a portarle spesso, anche in abbinamenti eterodossi con impermeabili o con giacche dal taglio elegante. Quando le indossavo mi sentivo a mio agio, provavo la soddisfazione nota di chi supera un pregiudizio approdando a comportamenti meno rigidi e più funzionali.
Le mie amate sneakers mi abbandonarono un giorno di novembre del 2000: dopo quasi dieci anni di onorato servizio la gomma della suola si aprì senza appello. Senza alcuna riflessione – ero a Parigi – entrai nel primo negozio di scarpe sportive per acquistarne un paio identiche, stessa marca, stesso modello. Il prezzo era parecchio più alto, ma vista la durata pensai che non era eccessivo.
E fu un errore.
Il paio di scarpe nuove fece la stessa fine del predecessore. Però nel giro di sei mesi. E nell’uso le trovai molto meno confortevoli. Ci rimasi male, come quando l’esecuzione di una ricetta collaudata approda ad una pietanza mediocre.
Allora cercai un motivo. Era sotto la linguetta: “Made in Indonesia”. Nei dieci anni intercorsi dal mio ultimo acquisto di sneakers, semplicemente, le multinazionali dell’abbigliamento sportivo avevano dovuto incrementare gli utili. A un certo punto – immagino dopo aver limato i costi sui materiali e sul lavoro finché possibile a casa loro - la produzione si era trasferita in stabilimenti meno attenti ai diritti dei lavoratori e probabilmente le procedure di lavorazione erano state compresse in una serie di gesti eseguibili da una scimmia ammaestrata, tanto per svalutare ulteriormente la manodopera. La retorica della qualità va bene per la pubblicità ed è sintetizzata dal logo. Finché il logo fa il suo dovere non serve altro.
Come se Ockham non avesse mai affilato il suo rasoio, e nemmeno Kant, quattrocento anni dopo avesse irriso i sogni di Swedenborg, mi ero affidato ad un simbolo per dedurre le qualità di un oggetto. Le ragioni di un tale comportamento sono le stesse di chi fa una scelta in base a criteri magico- mistici.
D’altra parte oggi lo sappiamo, il marketing è il procedimento identico e opposto all’Illuminismo: se l’uomo grazie ai Lumi della Ragione esce dal suo stato di minorità, in modo eguale e contrario vi ritorna, spinto dalle sirene che fanno leva sui suoi istinti più bassi, sulle sue aspirazioni o paure più puerili acciocché metta mano al portafogli. In tal senso la società in cui viviamo era stata ampiamente prevista da Alexis de Tocqueville, ma anche in tempi più recenti e con un eloquio più spumeggiante da Guy Debord.
Non ha alcun senso presumere qualità immutabili nella merce affidandosi al nome che porta: perché il mondo è in movimento, e i marchi sono creati proprio per dare un’idea di stabilità che giova alla vendibilità del prodotto, ma che è totalmente illusoria, nella ricerca continua di margini di profitto più alti.
D’altra parte, perché produrre scarpe durature e robuste come il mio primo paio di sneakers se il tuo business è vendere più sneakers che puoi? Provate ad estendere il ragionamento a tutti i beni cosiddetti durevoli, e la prossima volta che vi si spacca la lavatrice, saprete con chi prendervela.
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