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Moby Prince, un caso irrisolto

La sera del 10 aprile 1991, la nave traghetto Moby Prince che esce dal porto di Livorno diretta a Olbia, si scontra con la petroliera Agip Abruzzo, che trasporta ingenti quantità di carburante grezzo.
La Moby si incendia, e la sua deriva durerà un'ora e mezza. Tempo in cui nessun soccorso verrà prestato dalle forze dell'ordine, e nessuna operazione di salvataggio dei passeggeri verrà coordinata.
Muoiono 140 persone, è l'incidente marittimo più grave nella storia italiana dal secondo dopoguerra.
Nel giro di 22 minuti dalla partenza la Moby Prince va a impattare una nave dell’Agip Abruzzo ferma in sosta, colpendola proprio nel punto in corrispondenza del quale vi è una cisterna contenente centinaia di tonnellate di petrolio non ancora scaricate. La susseguente fuoriuscita di materiale liquido altamente combustibile alimenta le fiamme, che investono la parte anteriore del traghetto, fino ad avvolgerlo: è l’inizio del disastro, sul quale non quadravano, e non quadrano ancora oggi troppe cose.
Il giovane mozzo della nave riesce a salvarsi, verrà recuperato da un incrociatore di pescatori accorsi. A uno di questi sarà possibile, senza attrezzature di protezione, di arrampicarsi sulla nave.
Alla fine, nemmeno la testimonianza diretta dell'unico sopravvissuto riuscirà mai a chiarire le reali cause e responsabilità per l’accaduto. Intanto la radio della capitaneria di porto tace, i soccorsi veri non arriveranno mai.
Tra i numerossi interrogativi che sorgono studiando il caso, il più inquietante è su come può avere il capitano della Moby Prince, ammiraglio di consolidata esperienza, non aver visto  l'Agip Abruzzo, una petroliera alta come un palazzo di cinque piani, in una notte in cui la visibilità era, da quanto risulta dai documenti, perfetta. In poco più di 11 giorni venne stilato un rapporto da parte della Capitaneria che accertasse i motivi del disastro. Nel 1997 il primo processo in merito si concluderà con la sentenza di assoluzione di tutti gli imputati "perché il reato non sussiste". Per raccontare questa triste pagina della storia recente italiana, BeccoGiallo ha editato una graphic novel. Abbiamo intervistato Andrea Vivaldo, che l'ha disegnata.

Il caso Moby Prince è pieno di interrogativi, ai quali nel corso di venti anni non è ancora stata data una risposta chiara. C'è però una prima domanda, istintiva, che forse è il punto di partenza più logico (e non a caso apre la graphic novel). Perchè appena dopo il disastro per un'ora e mezza nessuno ha prestato soccorso alla Moby Prince, che pure era in fiamme davanti al porto di Livorno?

Questo è un grande perché e diventa ancora più grande (e spaventoso) se si considera che si è trattato di  ben più di un’ora e mezza. Dopo un’ora dalla collisione, l’equipaggio di una piccola nave, individua il Moby Prince e recupera da lì a poco l’unico supersite, quindi comunica alla capitaneria di porto che si tratta del traghetto passeggeri (infatti  non si conosceva l’identità della nave investitrice e si pensava fosse un piccolo natante che andava alla deriva) e che ci sono altre persone a bordo da salvare. Ma questi uomini che individuano il Traghetto in fiamme, sono degli ormeggiatori del porto, usciti in mare di loro spontanea iniziativa, non sono attrezzati e addestrati per soccorsi del genere e quindi non possono che lanciare l’allarme e aspettare i viglili del fuoco o il personale della capitaneria. I soccorritori ufficiali, però, si terranno per tutta la notte a distanza e saliranno a bordo solo al mattino, quando il Moby verrà trascinato in porto. Alle tre di notte, quando l’ammiraglio Albanese, la massima autorità della capitaneria di porto, colui che dovrebbe coordinare tutte le operazioni di emergenza, rientra in porto, si rivolge ai giornalisti e dichiara che era impossibile avvicinarsi alla nave in fiamme perché troppo alta la temperatura, lo stesso farà il capo dei vigili del fuoco. Ma proprio  nella quasi contemporaneità di queste dichiarazioni, alcuni ormeggiatori, non solo riescono a agganciare il traghetto al loro piccolo rimorchiatore, ma uno di loro, senza attrezzatura ignifuga né altro equipaggiamento, sale a bordo e cammina a lungo sul traghetto cercando un aggancio per le funi.
In seguito, le autorità del porto di Livorno, hanno voluto stemperare le accuse di soccorsi intempestivi, dichiarando che sarebbe comunque stato inutile intervenire perché la morte a bordo (di 140 persone!) sarebbe avvenuta in pochi minuti, ma ci sono perizie autorevolissime eseguite sui cadaveric he dimostrano che la vita a bordo è durata per parecchie ore. Esistono anche diverse prove evidenti che disfano la teoria della morte immediate, ma sia queste prove schiaccianti, sia le perizie medico scientifiche non verranno messe in secondo piano, sia nel corso delle inchieste e durante I processi. Si terrà conto solo delle primissime dichiarazioni ufficiali della capitaneria di porto, cioè della parte sotto accusa.
Sul perché le autorità militari del porto, quella tragica notte, abbiano voluto mantenersi a distanza dalla nave in fiamme (impedendo di avvicinarsi anche a alcune squadre dei vigili del fuoco), rimane un mistero ed è l’inizio di una volontà precisa di nascondere la verità su cosa accadde nei minuti precedenti la collisione.

Perchè, secondo te, all'indomani della tragedia, la stampa ha aderito totalmente alla verità ufficiale senza fare nessuna indagine?

Perché in Italia, purtroppo, non esiste più un giornalismo investigativo. I giornali nazionali, essendo la tragedia avvenuta di notte, “bucano” la notizia e usciranno quindi con il Moby Prince in prima pagina non la mattina immediatamente successiva la tragedia, ma il giorno dopo. Nel frattempo a Livorno ci sono state le conferenze stampa ufficiali, dove la capitaneria di porto, il capo dei vigili dei fuoco e il ministro della marina, hanno dato la loro versione preparata ad hoc e cioè, prima ancora che partisse un’inchiesta, dichiarano con convinzione, che le cause dell’incidente sono una fitta nebbia e l’errore umano da parte di chi governava il traghetto. E gli organi di stampa abracciano in pieno queste “verità” aggiungendo ipotesi campate per aria allo scopo di fare sensazionalismo come quella vergonosa che dipinge I membri dell’equipaggio intenti a guardare la partita in tv pochi attimi prima della collisione.
Solo i giornali locali, essendo accorsi al porto di Livorno la notte stessa  dell’incidente, hanno potuto raccogliere varie testimonianze e iniziare a dichiarare che forse la nebbia non c’era, ma anche quando poi questo, e altri dubbi arrivano agli organi di stampa nazionali, ormai la frittata è fatta e, adesso come allora, nella memoria collettiva la tragedia del Moby Prince è uno di quegli fattacci tipicamente italiani dove distrazione, svogliatezza, non osservazione dell norme di sicurezza e scarsa professionalità sono le cause dell’ennesimo grave incidente. Eppure basta raccogliere e guardare i fatti per capire che la nebba serve a ben altro.

Camp Darby: l'enorme campo di addestramento americano non distante dal porto di Livorno,
sembra essere al centro di molte strane coincidenze. Gli USA hanno sempre negato l’accesso alle informazioni satellitari in loro possesso. E' in quelle informazioni che secondo te si potrebbero risolvere alcuni degli enigmi che avvolgono la vicenda?


Certamente potrebbero dare molte risposte a chi continua a indagare. E anche a chi dice che non c’è nente per cui indagare, I tracciati radar e le foto satellitari fornite dai nostri alleati sarebbero comunque utili per placare definitivamente ogni polemica. Ma Camp Darby è inaccessibile anche per I giudici dello Stato Italiano e lle richieste di documentazione la base risponde: “non siamo solito spiare gl istati nostri alleati”. Ma quella stessa sera, la base si trovava in “emergenza golfo”, e varie navi americane si trovavano in porto a Livorno (un porto civile, da dove partono traghetti carichi di passeggeri) stracolme di armi e munizioni di ritorno dalla prima Guerra del golfo. La base NATO di Camp Darby è infatto il più grande deposito europeo di armi e di uranio impoverito; pensare, quindi, che tutta l’area attorno ad essa, dove sono ancorate le proprie navi cariche di materiale bellico, in un momento di allarme e in vista di possibili attentati, non sia monitorata da radar e satelliti, non solo è poco credibile, ma anche allarmante per il territorio italiano che la ospita e le città con cui confina.

Rispetto ad altri casi misteriosi del secondo dopoguerra in Italia (Ustica, Bologna, Piazza Fontana), il fatto della Moby Prince non sembra aver avuto, nonostante la sua gravità, un peso sull'opinione pubblica e nell'immaginario collettivo degli italiani. Come lo spieghi?

Rispetto ai casi che citi, per il Moby Prince non c’è stata una volontà politica e una presa di posizione da parte del governo italiano. Siamo in un paese dove di commissioni parlamentari se ne fanno tantissime e sovente per fatti molto meno gravi risptto a una tragedia che, la si prenda come si vuole, ha comunque generato 140 vittime. Ma I politici, in quell’aprile 1991, guardavano altrove e avevano le loro gatte da pelare: a marzo era appena caduto il governo a causa della scoperta di Gladio e l’inchiesta su questa organizzazione segreta, nelle cui liste si trovavano vertici politici e militari, era in pieno svolgimento.
Con la classe politica “distratta” e gli organi di informazione non intenzionati ad indagare, è stato facile per chi aveva delle responsabiltà nella tragedia o per chi aveva qualcosa da nascondere, lasciare che la nebbia, l’incompetenza e la fatalità entrassero nella memoria e nell’immaginario collettivo.

Raccontare un pezzo di storia recente con il fumetto. Com'è nata l'idea, e quali sono state le difficoltà incontrate nel realizzare il libro?

L’idea è nata all’interno della redazione dell’editore BeccoGiallo che, da anni, ha una precisa linea editoriale che si occupa di inchieste a fumetto (o “graphic journalism”). Per loro avevo già lavorato a due libri (Rina Fort e Ustica) anche se solo come autore dei disegni, mentre con questo mi sono occupato anche della sceneggiatura e quindi della raccolta di materiale. Per realizzare il libro non ho avuto particolari difficoltà: esisteva già una letteratura sul caso, soprattutto mi sono rifatto a un libro-inchiesta intitolato Moby Prince, un caso ancora aperto il cui autore, Enrico Fedrighini, con cui sono entrato in contatto, mi ha seguito durante tutta la realizzazione del fumetto. Mi sono anche appoggiato al giornalista Fabrizio Colarieti, che mi aveva fatto da supervisore per il lavoro su Ustica. Anche il contatto e lo scambio con l’Associazione 10 Aprile – vittime del Moby Prince è stato un aiuto e un stimolo.
Il caso Moby Prince andava assolutamente affrontato, perché fa parte di quelle vicende gravi accadute nel nostro Paese, di cui non solo manca una verità storica, ma un vero e proprio posto nei libri di Storia. Visto che c’è il rischio che possano essere dimenticate o, peggio, falsficate, e il caso del Moby Prince ne è un esempio lampante, è importante continuare a parlarne con ogni mezzo e ogni linguaggio, e quindi, perché no, anche con il fumetto.



 

 

MOBY PRINCE
la notte dei fuochi
Disegni e sceneggiatura di Andrea Vivaldo
A cura di Fabrizio Colarieti
BeccoGiallo
208 pagine, brossura,
Bianco/Nero
 € 16.90

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